il cigno - lode alla saponetta -

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quando arrivera' quel giorno in cui fresca e libera mi annoiera' solo pensarci, di aver pensato di volerci capire davvero se lo meritavo, di capirci un cazzo, di tutto il marasma successo -  avro' in mente un solo nome.

il bugiardo.

mi sporca dentro.

mi lavo dallo spergiuro mi lavo dalle ipocrite parole al vento dall'arroganza di negare cio' che ho sempre capito e ingoiato ..

da sempre, porcile dalle belle finestre riempito di musica che non percepisce. condivisa in tutto cio' per cui possa essere condivisa per la sua naturale grazia ed incanto, per l'individuo scelto dall'individuo che vorrebbe saper amare.. ma elargita come briciole al parco ai colombi affamati sporchi di quel mangime putrido coltivato in putride similari situazioni, cambia di posto il colombo se c'è posto , avanti c'è posto, dipende dall'ora, dipende dall'impegni giornalieri dal sole dal vento dipende da ogni cosa, non dal pensiero. dalle proprie scelte, difenderle. no. cambiano le ali se la natura concede , tutto va bene al contadino benefattore. non sceglie, non sa scegliere. non sa tenere, non sa capire non sa difendersi da se, cambiano i minuti le ore cambiano i colombi , arrivano tutti assieme in turbinio di ali, meglio. porcile di ali tutti insieme, da sempre, non si chiudano le porte. è un guai la solitudine del cuore, si lascino spalancate le bocche ad aspettare il verme. per i momenti tetri, si elargisca dunque. ho qui un verme per voi. spalancate la bocca, ho qui un vento freddo monocolore. fuori la vita fa paura, spalancate la bocca, ho qui un senso di potenza per noi, per chi voglio nel pozzo senz'acqua, per voi. animali che volano, animali sporchi, animali della pace.. cambiano ma sono sempre loro. non cambia la mano putrida marcia e maleodorante a mescolare perle per i colombi. o porci.

bendata, da colombo affamato credendo alla mano che concede professa tutto cio' che vorrebbe essere ma non è, mangiai. porca. fiduciosa. dalla stessa mano. allo stesso tempo.

ma è il suo danno

non il mio.

mi lavo. libera. non sono e non saro' mai un colombo. mai piu'.

pulita...

 

 

 

SabrinadeJour || 23:42 || mercoledì, 03 giugno 2009
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ADDIO

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Portami fuori a cena, Baustelle
Fammi vedere il centro
La tua pelle odora d'oleandro
Scortami gentilmente
In una discoteca
Sulle stelle

Dammi una sigaretta, "Copenhagen"
Fammi vedere gli occhi
La tua pelle esce da scollature
Ferisce mortalmente
Baciami bella bionda
Sulle stelle

Passano
Le straniere comprano
Le fontane crollano
Sono come me
Vengono da tristezze artiche
Nei locali cercano
Forme di ye-yé

Paga tu il conto, amore
Per favore
Portami in un albergo
Per due ore
Profuma di Stoccolma
La schiena tua spogliata
Amami una volta nella vita

Ballano
Le svedesi
Portano minigonne pallide
Sono come me
Dondola
La mia vita solita
Tutto questo implica
Una gioventù
Urlano le straniere comprano
Tutto questo implica
Forme di ye-yé
Brancolo nell'agosto torrido
Questo film ridicolo
Quando finirà?

SabrinadeJour || 11:14 || venerdì, 01 maggio 2009
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le nostri notti

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cercando in rete... trovai questa citazione : Tentami., tentami dai, a favore dell'eterognesi..

è una citazione ad un mio vecchio post i'm the lizard king..... ma quel che trovai non era il mio post, bensì un racconto alle nostri notti al palombar.. dove alcuni ehm scrittori di noi dedicammo un racconto...

riporto il racconto, incredibilmente dedicato a Sabrina.. e con tantissimi citazione a vari miei post :)

si firma federico... Bene. voglio sapere chi sei, son passati anni lo so.. voglio sapere chi sei, che da anni sei qui presente ti sento. fatti riconoscere. è tempo..

riporto il racconto.. e piu' in basso il mio. e nostri notti al palom bar.

Rendez-vous

Guardando la porzione di spiaggia sgombra tranne che per piccole macchie sparse di cespugli e di erba verdastra, seduto con i talloni attaccati al pavimento con le gambe tese accavallate e seduto davanti al tramonto cupreo che divampava l’orizzonte al ragazzo parve di sentirsi invadere da una antica sensazione che da una regione del petto cominciò ad irraggiarsi violentemente come estratta da insondabili profondità tra carne e ossa. Di quella giornata infuocata da smarrimenti e più ruvide evidenze dopo quattro sigarette in quindici minuti non rimaneva che un nero livido ricordo, come del sole, che rapidamente colava nel nulla pari a una falce sanguinolenta là dove il cielo defluisce nel mare. Chiamate a raccolta tutte le ragioni che l’avevano portato al Palom Bar non una sopravviveva al fuoco di fila azionato nella sua testa, incrinate come sagome opache prive di senso rattrappite nella chiarezza accecante e inflessibile dell’indifferenza.
Aveva fiondato il suo messaggio in bottiglia tra i flutti e ancora schiumante era stato raccolto nella rete da Sabrina, che ora stava aspettando, seduto inchiavardato alla seggiola di ratan sotto il portico del bar.
- tentami - le aveva detto
- tentami, dai, per l’eterogenesi
- chi sono lo vedrai - le aveva detto.
Incassate le parole come cambiali, sembrate un’evidente coincidenza, come sempre succede alle persone di poco talento, che preferiscono pensare di aver deciso il proprio destino ancora prima di venire al mondo, si trovava ora sotto il portico avvinghiato alla sua rabbia.
- Di nuovo, pensò.
Nella marea incalzante della memoria luccicò l’immagine di un’estate lontana. Pensò a Luca, all’ultima volta che s’erano visti, a Luca che ormai sarà schiantato da qualche parte, che so, contro un camion della spazzatura; il giorno prima aveva avuto sue notizie, sua sorella, grosse poppe ed una fama presto deflorata - l’occasione di verificare l’aveva avuta, ma tant’è, il buonismo è sempre stato un suo difetto - sua sorella, passava a Sesto dopo il lavoro, “prendiamoci un caffè!”, ed eccola dietro il banco, davanti le poppe, un po’ più magra, un po’ cresciuta (la sua fama risaliva all’epoca della scuola media), che dice - …lo sai, Luca ha fatto un incidente, e pensa che aveva deciso pure di prender la patente, ha messo da parte mesi di stipendio da cinese per una Yamaha sette-e-cinquanta, dopo poco, un mese, sul cavalcavia di San Fruttuoso, è volato di sotto, è tutto ingessato, adesso sta a casa, a letto. Luca a letto ingessato se lo ricordava bene, a letto dopo l’ultimo incidente, in due mesi ingrassato di otto chili, solo heineken e cannoli siciliani che gli portava Veronica dalla pasticceria sotto casa, mai stata così contenta come in quel periodo, Veronica, cresciuta leggendo giornalini pornografici lasciati dai colleghi di sua madre nei cassetti della scrivania, Veronica, che una sera sussurrava a Luca, sussurrava mica tanto visto che aveva sentivo pure lui, “lo voglio adesso, andiamo a casa, dai, lo voglio come prima” e intanto schioccava la lingua. Non l’aveva vista mai così contenta di averlo tutto per sé Luca, alla sua mercé, cannoli e pompini, probabilmente, visto che lui era ingessato fino alla vita con un gomito piegato, quasi che dovesse tenere in mano la bandiera. Aveva lasciato Lara ai suoi caffè rimpiangendo le occasioni sciupate, e ora ripensava ancora al Luca, alla bella vacanza a Berlino, una vacanza meravigliosa, cinque giorni ubriachi sulle strade d’Europa, la macchina nuova, Luca che guida senza patente, la musica sempre accesa, il pieno di benzina fatto in zona franca, a Livigno, un pezzo di bresaola, una bottiglia di Smirnoff blu, senza coltello per la bresaola, a viaggiare per la pianura tedesca come stare in mezzo a un mare di campagne, a perdita d’occhio campagne, neanche le case, neanche una vacca al pascolo. Guarda, la vede ancora la sua auto color argento, targa Cremona, acquistata due settimane prima usata, e via ecco Berlino, anzi prima fermata a Monaco, la birra, d’altronde. Cos’era rimasto di Berlino? Lui e Luca ormai due estranei, s’incontrassero per strada, se uno dei due non si girasse a guardare l’orologio avrebbero solo da fare a pugni. Quell’estate però.
Sì, la vede ancora la Volvo, parcheggiata sul ghiaione fuori Bormio. Dopo aver fatto il pieno di whisky sour al bar, c’era Manuela (meravigliosa) e Christian, Christian che ora vive in Australia, e si fa sentire solo per raccontargli che si è scopato la cameriera del suo ristorante mentre sua moglie è al nono mese, Christian che ha scoperto la droga solo dopo il Braulio (ed è almeno qualcosa di cui andava fiero), che si preoccupava di sua sorella e di sua madre separata, che lo lasciava solo, pieno di fiducia, con la sua ragazza. Christian, che aveva conosciuto quella maledetta estate dopo che Mara lo aveva lasciato, - sai la Grecia ha un mare troppo blu, qui è tutto troppo luminoso, sai, non so, da quando sono partita il mondo è stato diverso - diceva al telefono dopo aver dimenticato il giorno del suo compleanno. E lui che la rincorreva telefonando nei camping di chissà quale maledetta isola greca, - non c’è la signorina, non l’abbiamo rintracciata, vuole lasciare un messaggio? - sai, diceva, io non lo so, non lo so più se ti amo, non sono più sicura, il mare in Grecia è troppo blu, il mondo ha colori troppo forti, da quando son partita è cambiato tutto. E aveva ragione.
Pensò, - di nuovo.
- tentami
- tentami, dai
- per l’eterogenesi.
Cosa diavolo sarà mai!

Dal fondo torbato delle storie
con lenti movimenti delle estremità
con un borbottio di umori ribollenti
Sale lentamente, dal fondo delle storie
germogliando tra le mie dita.
Dal brodo coagulato dall’esperienza
dalla sugna grumosa dei peccati e dell’inquietudine
a poco a poco
a lenti passi
cresce come un languore antico
come ricordi saporiti di terrore.

Febbri putride.
Come miasmi soffocanti
bave d’aria febbricitante
covate nel tepore dell’angoscia
come aria fermentata
come vizi nell’aria
come invertebrati ripugnanti
frolle come carne piagata
matura per sfaldarsi
fragrante, speziata, cosparsa di balsamo
e infine
sotterrata.


Guardava il mare imperlato di luccichii risucchiati dal buio e un’emozione rabbiosa gli increspò la fronte. Allo specchio nero di Sabrina aveva ancora una volta vista riflessa la sua immagine. Si trovava in attesa ora seduto all’incrocio di due insature illusioni. Chi era mai lei? Circondata da una torma di cavalieri ballerine giocolieri, al centro del suo mandala ombroso nella rete fitta di languori e benevolenze, tessuta annodata raggomitolata nella semplicità di una domanda d’amore.
In tralice il barista gli dette un’occhiata sollevando la testa. Il ragazzo lo osservò, il barista sorrise. Un whisky sour, per favore.
Qualcuno arriverà.



Federico M.T.

Lo scoop

La riviera francese scintillava nella calura pomeridiana, lei era adagiata su un’amaca accanto alla piscina dell’albergo e si sforzava di raccogliere energie per spostarsi all’ombra, o per tuffarsi nell’acqua fresca invitante.
La vacanza che stava trascorrendo era davvero chic, era sola e quindi nulla poteva turbarla: il lavoro per il giornale di Milano aveva assunto dei ritmi frenetici, ultimamente, e le era davvero necessario un po’ di riposo per ricaricare le pile.
Proprio mentre ci pensava arrivò il cameriere con un telefono in un vassoio…
- Qualcuno la cerca, mademoiselle.
- Per me? Ne è sicuro? - domandò lei alzandosi, gesto che richiamò l’attenzione dei due uomini seduti al bancone del bar…
- Sicurissimo, Signorina Dejour - replicò il cameriere porgendole il cordless, che lei dopo aver ringraziato prese ansiosa.
- Ciao Sabrina, sono Maurizio, ci sono novità per te - annunciò allegramente il direttore del giornale.
- La tua chiamata è giustificabile solo se il primo ministro è scappato con una ballerina! - disse lei, incattivita per quella interruzione alla sua fin troppo meritata vacanza.
- Su su, Sabrina, scommetto che ti stai annoiando e che non vedi l’ora di tornare in azione, anche perché ho una bomba in esclusiva, uno scoop. Sarà come una missione segreta, tra l’altro in una zona del globo ancora più affascinante della Francia, mia cara. Devi partire per l’altro capo del mondo: hanno aperto un bar.
Sabrina scoppiò a ridere e subito pensò ad uno scherzo piuttosto che ad un politicante che ritiratosi in dignitoso silenzio preparava cocktail per sé e per la sua famiglia, oppure al figlio di un ricco imprenditore scappato con bionda al seguito in qualche posto dimenticato da leggi di qualsivoglia natura.
- Un bar?
- Si - rispose il direttore, - un bellissimo e sperdutissimo bar tra le onde dell’Atlantico.

Atterrò direttamente vicino alla costa su di un Piper acquatico noleggiato appositamente per lei e che la terrorizzava solo a guardarlo, figuriamoci sedercisi sopra! Durante le 2 ore di volo tra flutti, nuvole e pilota un po’ pazzo pensava che la sua paura di volare non aveva mai avuto modo migliore di esprimersi come in quelle ultime 12 ore di viaggio.
Aveva trovato deprimente seguire il film proiettato nel piccolo schermo con quel Richard Gere in versione portoghese, così per l’occasione si documentò molto riguardo la sua meta mentre era ancora sul Boeing 747. La prima classe l’aveva messa un po’ più a suo agio insieme ad uno squisito Armagnac del ‘72 (grande annata) sedando la tensione e l’irritazione dovuta al suo ultimo assurdo incarico. Saperne di più su di un bar e dei suoi affascinanti habitué… mah… una civile come lei in mezzo agli indigeni…

Gli stessi che la stavano aiutando a scaricare il set completo di Vuitton, beauty-case e borse a spalla su di una pagodina biposto che l’avrebbe condotta a riva.
- Qui finisco in mare - si disse, accorgendosi del ragazzino che la stava guardando dalla spiaggia.
- Sei magro - pensò, - saranno cento giorni che non mangi… forse 200 dollari ti convinceranno ad essere gentile con me. Si diresse verso di lui nel suo vestitino da città, lasciando a terra le valigie e ripetendosi tra sé e sé: w la France!
- Tornerò prestissimo mia cara, il tempo di rendermi conto di essere finita all’inferno.
Il ragazzino non ricambiò il suo sorriso ma le baciò la mano che lei aveva allungato, la strinse, corse dietro di lei e prese tutte le valigie che poté, dicendo: - vai all’Imperial, signora?
- Conosci la mia lingua? - disse Sabrina, commossa e felice dell’incontro con quel ragazzino dolce e bellissimo.
- Conosco tutto dell’Italia, rispose lui timido, dandole il profilo ed incamminandosi verso una baracca adibita a ufficio persone in crisi.
- Come ti chiami ? - chiese lei
- Juan - rispose.
- Molto lieta… io sono Sabrina.

La hall dove Juan la stava aspettando era grande e silenziosa, ma ricca di luci e vegetazione, il bancone del bar vuoto ma pulitissimo e brillante
- Cosa cerchi qui, Signora? - chiese Juan sedendosi con lei sicuro e abbronzato ed ammiccando un sorriso che non era adatto a lui e che sicuramente aveva imparato osservando qualcuno, forse un attore…
- Ma avranno la televisione qui? - si chiese Sabrina ordinando due Campari Orange al cameriere, nonostante fosse a digiuno da ore e nonostante il calore esterno.
- Se te lo dico mi prometti che lo terrai per te? Sto cercando un bar… un bar sperduto su una specie di isola incontaminata, riservato a pochi eletti. Devo scrivere di questo per il mio giornale, del posto della gente e della vita di qui.. mi daranno molti, moltissimi soldi per l’articolo.
Juan la guardò per interminabili minuti, scrutando il vestitino leggero, la sua french cure, i capelli vaporosi e profumati di shampoo, e si chiese se lei fosse sempre cosi’... se nulla mai potesse rovinarla, farla sciupare, farla sembrare umana. Si chiese se mai una giornata vissuta potesse essere indovinata dal suo aspetto, e questo pensiero suscitò in lui il desiderio di aiutarla… ma aiutarla davvero.
- Si, Sabrina. Lo conosco. Si chiama Palom Bar. É molto lontano da qui, ma il viaggio vale la pena, questo te l’assicuro io. Vieni con me.
Presero un taxi, poi un autobus, poi rubarono una bicicletta, arrivarono al porto e da lì si imbarcarono su un piccolo scafo malconcio che li condusse nel giro di qualche ora sulla spiaggia dell’isolotto dove sorgeva il bar. Era quasi il tramonto e davanti a loro si stagliava il blu del cielo terso, dei gabbiani e dell’atlantico. La sabbia era meravigliosamente fresca e lei decise di togliersi le Gucci nuove di zecca, tenendole per i laccetti con una mano, mentre con l’altra prese la mano di Juan, inspiegabilmente eccitatissimo e si diressero finalmente, verso le luci e la musica di quel fantomatico posto, appoggiandosi l’uno all’altra per due motivi: erano entrambi ubriachi di Campari tracannato a digiuno e dell’atmosfera di quel posto.

- Bene - disse lei a voce troppo alta - eccoci qua! Allora, vuoi entrare con me? - chiese a Juan che fissava concentratissimo con occhi a fessura in direzione dell’ingresso.
Si accorse che stava stringendole la mano con troppa forza, sempre più, fino a farle esclamare: - ahia! Ma che ti prende?
Lui non rispose e continuò ad ammirare come ipnotizzato la figura alla finestra e così anche Sabrina si accorse di quell’uomo.
Era vestito di lino bianco, gli occhi puntati verso il mare, le mani in tasca e un’aria romantica. Era lui il mito di Juan, capì Sabrina. L’uomo che il ragazzo spesso imitava. Il suo modello, il tesoro del luogo. Lui che sapeva tutto, che aveva conosciuto il mare, la gente, che colorava ogni cosa, anche la vita. Lui che parlava dolcemente, che sorrideva sempre, che aveva guardato una sola volta Juan, uno sguardo che gli bastò a trasformarsi nel suo mito.
Juan voleva crescere in fretta, per assomigliare a lui.

Sabrina pensò che non era stata una bella cosa bere quel Campari, infatti le girava la testa. - Forse hanno qualche salatino, all’interno - pensò dubbiosa, e si incamminò traballante sulla passerella in legno, guardando fisso l’uomo in lino che stava ancora alla finestra, accorgendosi che aveva labbra rosse e carnose, la pelle scura, gli occhi tenebrosi. - Vabbé, il solito bel fusto che spilla birre - si disse, mentre lo vedeva uscire dal locale per avvicinarsi al pianoforte all’esterno.

Iniziò a suonare mentre loro ormai erano prossimi a raggiungerlo ma alla prima nota lei si bloccò. Iniziava a sentire il peso dei suoi oggetti e dei suoi desideri, della sua vita lontana da lì. Il Rolex le stringeva il polso, il pizzo del suo intimo le faceva sospirare un costumino atlantico, il vocabolario dentro la sua borsetta divenne improvvisamente inutile. Lì si parlava una sola lingua, e non era la sua, non lo era più da tantissimo tempo ormai.
Si allontanò da quel posto inosservata, mano nella mano al suo piccolo indio pescatore, imitatore di fascini inimitabili. Si separò a malincuore da quella atmosfera d’incanto, di vita frizzante, di gente pacifica, di drink all’aperto, di frutta e di amore, di colore infinito, e si diresse verso la strada lontana sotto lo sguardo compiaciuto di uno Juan un po’ più cresciuto, per averla aiutata a capire: quel posto era il paradiso. Così doveva restare e non sarebbe stata una Dejour a trasformarlo in evento mondano dell’anno, qualcosa di cui parlare in salottini bene di un’Europa sacrificata in un periodo di noia e torpore.
Il giorno dopo era sveglia di prima mattina, ancora digiuna ma sazia di quel gesto che forse le sarebbe valso il posto ma che le dava l’energia per guardarsi bella e fiera di sé come doveva e voleva essere.
Lì nel suo completo nuovo di lino bianco costato quasi 200 dollari, il bellissimo futuro ometto, Juan il pescatore, la salutava dalla riva guardando il Piper alzarsi in volo.
- Del resto è da quando ho 18 anni che giro per il mondo… posso sempre tornare. Magari una o due volte - si disse.


Sabrina De Jour

SabrinadeJour || 19:53 || lunedì, 27 aprile 2009
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disperato erotico spleen [ lode alla pasqua]

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incredibile come l'inventore dell'uovo al cioccolato possa anche inconsciamente aver costruito similitudini con tutto cio' che si ricopre di cioccolato nascondendo sorprese...

..verita' nascoste di inetti trasmigratori impossibilitati alla felicita' per vizio ed incoscienza non usano la propria intelligenza o la propria verve usano quella degli altri e come istrioni costruiscono palchi dove sceneggiare la loro farsa. senza maschera in quanto nati mascherati  - senza pensiero in quanto formulanti frasi e pensieri di cio' che di lirico in natura esiste gia' per definizione - facendolole loro.. gli uomini e le donne.

.. mietono vittime. Come puerili gradi a forma di stelle nell'odiata guerra appuntano al petto insetti imprigionati nella loro morbosa rete meticolosamente conosciuta scritta a copione tessono aspettano penetrano succhiano e si cibano... nulla di male. è la natura.  Ma sulla piu' splendida anelata delle farfalle iniettano il veleno senza riconoscerne l'anima ed il colore delle ali mentendo a loro stessi.  Cresce il vanto. Questo è male. Ma è la natura. L'istrione sa che il copione è facile e canta affascinanti spleen senza riconoscerne il significato intriso in quelle stesse ali.. ... e come per quel pagliaccio veste quella sua giubba e la faccia infarina in quell'aria splendida e commovente lamentando tradimento . Il palco non ha uno spettatore ora, non io, e  come in quel sogno carnevalesco non trovai il tasto avanti nè indietro assistendo a tutto e tutto era gia' così conosciuto. da tempo.

 

non qualcosa per cui ritornerei (cit.)

 

questo invece, è . cio' che  nemmeno si ha la forza di comprendere

.. e quando si è mutata
la terra in una cella umida, dove
se ne va su pei muri la Speranza
sbattendo la sua timida ala,

e quando imita
la pioggia, nel mostrare le sue striscie
infinite, le sbarre di una vasta
prigione,

e quando un popolo silente
di infami ragni tende le sue reti
in fondo ai cervelli nostri,

 a un tratto
furiosamente scattano campane,
lanciando verso il cielo un urlo atroce
come spiriti erranti, senza patria,

l'anima: vinta,

la Speranza piange.

Da "I fiori del male"

 

 

 

 

 

 

SabrinadeJour || 13:54 || sabato, 11 aprile 2009
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simbiosi concertistica

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affinare il palato con il jazz e con splendidi piatti creativi... simbiosi concertistica nell'averti all'orecchio ascoltando note diverse, parole nascoste, pensieri all'unisono.

 

due, in uno. non facile, ma splendido

tu non lo credi, ma ti aspetto, ancora, silente

 

SabrinadeJour || 00:46 || giovedì, 26 marzo 2009
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l'insostenibile leggerezza dell'essere

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Nell'istante in cui qualcuno assiste alle nostre azioni, volenti o nolenti, ci adattiamo agli occhi che ci osservano, e nulla di ciò che facciamo ha più verità ...

Sembra pirandelliana ma è pura follia adorata giovanile kunderina, nonostante l’altisonanza  che pare avere, non ha, in me, voglia di millantare solo di parafrasare coloro che prima di noi sembrano  avere  capito l’insostenibile schifezza dell’essere. E non parlo di nasci consuma etc ,che non ho nemmeno voglia di finirla sta frase, parlo di spirito leggiadro leggero leggerissimo come un magnifico pegaso vanesio per narcisismo coltivato. Come per un vecchio pc sembriamo scollegati tra scheda madre e stampante ad  aghi  vecchio stile siamo nati essere pensanti vomitiamo materia impensata insostanza inconsistente evanescente ludica perché tutto tanto è un gioco polvere di teschi al sole escrementi essicati, ecco che entra l’attore protagonista tra la polvere e gli speroni mi pare proprio di sentire il vecchio fischio alla sergio leone…..

Fiu fiu fiuuu

 

Grande Sergio leone te si che sei un’uomo.

"Prima di essere dimenticati, verremo trasformati in Kitsh. Il Kitsh è la stazione di passaggio tra l'essere e l'oblìo."

sparami ora sparami ancora proiettile contro pensiero, sopra il ghiaccio sotto un cielo che non si vede più.

sparami tu che io per colpirti dovrei esserti vicino, e nn è

SabrinadeJour || 11:17 || mercoledì, 18 marzo 2009
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dimestichezza messaggistica (vivre es a question)

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11/03/2009

"pazzesco come tu te ne possa ricordare oggi, quando non te ne ricordasti allora , "...  ebbene si... vieni ed ancora non mi conosci...

Vivre, es a question..

SabrinadeJour || 13:00 || mercoledì, 11 marzo 2009
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il capitano è fuori a pranzo, e ho la minestra sul fuoco

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La disperazione indebolisce la vista
e chiude il nostro orecchio.
Non vediamo altro che gli spettri del fato,
e udiamo solo il battito
del nostro cuore inquieto.


SabrinadeJour || 13:12 || lunedì, 09 marzo 2009
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7 marzo... gli uomini vengono prima...

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incontro furbino di donne spezzafiato un venerd' di marzo, il sei... perchè la domenica di marzo inflazionata ci lascia titubanti al poter davvero incontrarsi per incontrarsi e poi ci son le partite la domenica c'è chi nuota chi dipinge chi parte in vacanza chi scia e chi ha vecchi da accudire... uomini..

torno alla memoria di quegli otto marzo a capire se mai avessi mai festeggiato un otto marzo e me ne viene in mente solo uno nel 1991, per caso, accadeva di mercoledì e si sa che il mercoledì è il mio giorno preferito da sempre... e ritrovandomi per caso in quel locale  con quelle mille donne e guarda caso mai vista tanta belle donne in vita mia in quanto si sa le belle donne son  tenute sotto chiave da fusti in legno laccati a tenere separata vita dolce e vita illusa, non a caso.  tocco la gamba dello spogliarellista stile take that e mi guarda, mi alza sul palco e mi spoglia, con la giacca e tutto il resto,  del mio odio verso l'otto marzo, lui crede. uomini...

il mio tavolo delle 5 donne inscena denti smaglianti rossetti accennati occhi felini e mani delicate, passa dal rapinatore di borsette in brasile al lavoro dittatore al dimagrire per volere del fidanzato fracella maroni al fratello strano al padre amato al titolare sornione al cazzo tentatore anime fragili forti personalita' caratteri altilenanti in parole altisonanti fruscii di seta e tintinnare di bracialetti su discussioni importanti:  un figlio oggi un marito domani la vecchiaia dopo i 65 anni solo se mi paghi quanto prendi tu, uomo... e se lavi quei piatti come lavo io, uomo... e tutto il resto anche, uomo..

Si alza dalla pancia alla gola a salutarmi il mio senso comico raccontando finalmente le scene assurde che mi han fatto cambiare di nuovo lavoro, quel lavoro, per assurdita' di concezione, tu uomo..... uomo assurdo , maschilista arrogante impotente incapace, uomo.  deriso da tutti sfoghi la tua inettitudine su chi è piu'bravo di te, su chi ha una voce piu' ascoltata, su chi alza la testa e ti sfida a sapere cio' che tu credi di sapere, della vita, uomo. Loro sanno e sorridono, donne. ascoltano e ridono, donne. sanno di me sanno di poco ma sanno di quanto possa essere facile cadere e diffiile risalire, sanno di me e sanno che raccontare ridendo facendole ridere a crepapelle io lacrime dal ridere con le loro, io sorriso con i loro,  nascondo. nascondo si, ma mai potro' nascondere nulla a loro. Mai. Donne.

'quelle lacrime bruciano sul viso come gocce di limone l'eroico coraggio di un feroce addio

mentre piove

magica quiete velata indulgenza, dopo l'ingrata tempesta riprendi fiato e con intenso trasporto celebri un mite ed insolito risveglio'

Gli uomini vengono prima, ed è tutto cio' che sanno di noi.

SabrinadeJour || 10:01 || sabato, 07 marzo 2009
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le pelose presenze miagolano la notte, si

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sogno di un festa di carnevle in un paese di 80 persone dal nome molto felliniano che non ricordo..

la telecamera del regista di questo ambiente notturno e lontano ritrae i personaggi zumma entrando in una stanza una donna alla valeria golino ma con il viso della guerritore, piu' a punta, verso il suo corpo di schiena in slip su di uno sgabello altissimo in piedi si trucca si volta e mi sorride.. si volta e sorride a chi la riprende, che forse è uguale...

chiudo gli occhi su quell'odiata aria morbida dove disperatamente so non poter respirare corro veloce a muovere avanti e indietro pigiando i tasti fww e rwn ma le scene non vanno avanti e indietro per poterle rivedere o per poterle saltare e capisco che posso solo lasciarle andare e coraggiosa capire.. non voglio. chiedo una sigaretta a colui che è stato mio servo per amore e me ne rendo conto, di quanto posso essere piombo ricoperto di zucchero filato..

.. sul palco della festa inquadro uno strano tipo con un bel viso che riconosco caro ad intervistare spettatori seduti nell'arena coperta paradosso per una festa di paese lo sento citare qrandi parole in spagnolo, ? ..lacrime sul quel viso impossibilitato a continuare lascia microfono e festa rifugiandosi in una stanza incontra quei capelli alla golino e quel naso alla guerritore, si stendono sul letto.. mi fa male sotto.

al servizio di uno spazio futuro lascio, con l'altro, quei pensieri falsi e nuovi creduti certi e sinceri , credendo di essere sempre stata sbagliata pensando di poter fare meglio, e cioè tutto bene e meglio e cioè cio' che tutti fanno,  dimostrando al mio verso a violenza il contrario agivo in direzione mia opposta e contraria, ...si lo so me ne dispiace, per quello spazio passato vissuto, ma certa e sincera.

altri aspettano l'ingresso a quella festa dove nessuno li fa entrare perchè senza giacca, altro paradosso goliardico per una festa di carnevale o per un sogno demoniaco. se ne vanno in moto... allegri, loro. voglia di andare. mi chiedo dove, ho appena ucciso belle allegrie notti protette e cure amorevoli di silenzi impotenti..

al servizio di un grande amore incompreso costruisco armonie complesse, cambi di tonalita' per allontanare il sogno e tornare alla realta' e in uno sbattito di palpebre nel risveglio per zittire l'anima c'è lui.. presente ai miei piedi mi guarda e miagola frrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr 'hai l'eta' dove tutto sembra meno importante,' dice uno.  orbene tu che sai, dimmi dunque.

quell' orrizzonte a filo delle onde tornerà molto presto e zitta aspetto.

prometto che non parlerò mai piu'..

 

SabrinadeJour || 11:17 || sabato, 28 febbraio 2009
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